“I MURI abbattuti, diventano PONTI” A.Devis

Resistere al nanomondo // Domenica 11 Dicembre s’idea libera // analisi e critica di nanotecnologie , biotecnologie, nocività e dominio dell’esistente

Posted: novembre 29th, 2016 | Author: | Filed under: General, Iniziative, Spazio Sociale | No Comments »

INCONTRO E DIBATTITO CON I COMPAGNI SILVIA GUERINI E
COSTANTINO RAGUSA DEL GIORNALE “L’URLO DELLA TERRA” .
ANALISI E CRITICA DI NANOTECNOLOGIE,BIOTECNOLOGIE E
E DI COME LA CONVERGENZA DELLE SCIENZE,TRA NOCIVITA’ E
DOMINIO DELL’ESISTENTE,STIA EDIFICANDO UNA SOCIETA’
ARTIFICIALE E TECNO-TOTALITARIA.

PROIEZIONE DL VIDEO DOCUMENTARIO
“UN MONDO SENZA UMANI”

CENA VEGAN A PREZZI POPOLARI

SABATO 10 DICEMBRE (NUORO)
CIRCOLO MARX
VICOLO GIUSTI 15\A
ORE 19 INIZIO DIBATTITI

DOMENICA 11 DICEMBRE (SASSARI)
SEDE DEL COLLETIVO S’IDEA LIBERA
VIA CASAGGIA 12
ORE 17 INIZIO DIBATTITI

fai girare il più possibile e partecipa!!!

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SUL 23 NOVEMBRE A CAPO FRASCA

Posted: novembre 29th, 2016 | Author: | Filed under: General, Militarizatzione | No Comments »

Di seguito pubblichiamo i due comunicati sul ritorno del 23 Novembre a Capo Frasca  della rete “No Basi nè qui nè altrove” e di “A Foras movimento sardo contro l’occupazione militare della Sardegna”.

#Comunicato della rete “No Basi nè qui nè altrove”

Al bivio tra il ponte di Marceddì e la provinciale 65 verso le 10 si sono ritrovate circa 500 persone (stima ottenuta facendo la media tra le cifre dei partecipanti entusiasti e i soliti presi male della questura). Tanti i gruppi e i partiti presenti, tante anche le persone autorganizzate. Alle 11.30 con l’arrivo dell’ultimo dei sei pullman, provenienti da tutta l’isola, il corteo è partito. Poco prima c’era stato un momento di tensione quando una trentina di persone aveva provato ad avvicinarsi ai cancelli, mettendo in allarme al celere.

A differenza di un anno fa a Teulada nessuno o quasi è stato fermato e perquisito per strada, e nessuno dei portatori di foglio di via, ammesso che si siano recati al corteo, è stato sequestrato come avvenne un anno fa con i ragazzi di Giba.

Un violento scirocco sferzava le teste dei manifestanti che, in pochi minuti, sono arrivati ai cancelli del poligono, gli stessi del 13 settembre 2014. La polizia era già schierata sulla strada che porta a Sant’Antonio di Santadi, su una stradina parallela alle reti e all’interno del poligono. In poco tempo buona parte delle persone si sono distribuite nei campi e lungo le reti, iniziando le prime battiture sui pali che, col passare dei minuti, sono state affiancate dai primi tagli. Il corteo verso mezzogiorno ha definitivamente rotto gli indugi, superando gli ultimi timori. Sono stati invasi altri campi e i tagli si sono moltiplicati. L’affannosa rincorsa dei celerini e dei digossini sempre pronti a filmare non è bastata a fermare tutti i tentativi che continuavano a susseguirsi. Verso l’una il lato a sinistra del cancello presentava almeno quattro grandi squarci chiusi dagli scudi della celere, più una serie di buchi più piccoli.

La Nuova Sardegna scriverà “varchi aperti nella recinzione da un commando di ragazzi col volto coperto e armati di tronchesine hi tech”.

Giunge la notizia che delle ragazze sono entrate dal lato destro, fermate dai militari e mandate fuori. Poco dopo il tentativo avviene anche a sinistra, dove un’affezionata alle violazioni dei poligoni tenta l’ingresso, beccandosi subito le manganellate del vicequestore Rossi e dovendo ritornare all’esterno della base. La reazione violenta della polizia suscita rabbia, volano le prime pietre. La celere prova ad uscire dai varchi nella rete, ma deve rinunciare a suon di sassi sugli scudi. A questo punto entra in gioco il capo della DIGOS Moretta, che sistema con cura tre reparti sulla sinistra dei manifestanti, e poi li fa avanzare. La reazione è violenta, una sassaiola rallenta l’avanzata della celere. Un calcio raggiunge il delicato fondo schiena del vicequestore, che mentre scappa dietro i suoi schiavetti si becca anche una pietra in testa. KO tecnico: deve lasciare il campo, tutti i quotidiani riportano la notizia delle visite all’ospedale e di 10 giorni di prognosi. La DIGOS prende in mano la situazione: comanda alla celere di occupare tutto il campo, durante questa manovra un celerino inciampa cadendo faccia e pancia in terra, provocando le risate anche nei suoi infami colleghi. La sassaiola continua, quella che la Nuova Sardegna definisce “guerriglia a Capo Frasca”. Arriva il momento dei carabinieri che, fermi ed annoiati da ore, caricano improvvisamente lo striscione rinforzato. Ne esce una bagarre, botte da orbi, sassi, massi, teste aperte. Un ragazzo viene preso, i digossini esultano pensando all’arresto, ma gli va male, dopo dieci minuti siamo di nuovo tutti insieme. Il corteo si ricompone. La polizia spara lacrimogeni, completamente inutili vista la forza dello scirocco.

La carica ha fatto male, ma tutti sono abbastanza in forma per proseguire. Non così gli sbirri. L’Unione Sarda “sassi e manganelli: 10 agenti feriti”.

Il corteo torna sulla provinciale e riprende la strada per Pistis. Non accadrà più nulla. E’ finita “la battaglia di Capo Frasca” (cit. L’unione Sarda).

Per oggi si può essere soddisfatti, la passeggiata finale ci ha fatto vedere da vicino quanti campi ci sono da invadere tutti insieme e quanti chilometri di rete da abbattere. Torneremo.

Nota di cronaca. In contemporanea al corteo ci sono state altre due iniziative antimilitariste, una a Pisa, solidale e complice con la giornata di lotta in Sardegna: un sit-in davanti all’IDS (ingegneria dei sistemi) dove si producono droni che vengono testati in Sardegna. L’altra a Dro, in Trentino, dove si è svolta una protesta contro “l’azienda meccanica del Sarca” facente parte del gruppo Beretta: slogan, fumogeni, blocco della statale e imbrattamento della facciata. Sono stati anche appesi due striscioni, uno recitava “Dal Trentino alla Sardegna blocchiamo la guerra”.

LA GUERRA E’ OVUNQUE, OVUNQUE POSSIAMO BLOCCARLA.

NON LASCIAMO IN PACE CHI VIVE DI GUERRA.

#Comunicato di “A FORAS” movimento sardo contro l’occupazione militare

Oggi, come per la stragrande maggioranza dell’anno, la violenza si abbatte sulla nostra terra oltre che in Palestina, Kurdistan, Siria, Donbass e decine di altri territori. Una violenza che ha un nome, NATO, ed un marchio di fabbrica a noi ormai fin troppo chiaro. Il “made in Sardigna” ha una filiera cortissima, qui la disoccupazione porta i sardi ad arruolarsi, lo spopolamento a regalare sempre più terra all’occupazione militare con i suoi poligoni e le sue caserme, le fabbriche producono bombe che possono essere testate a pochi chilometri di distanza dal luogo di produzione.

La giornata del 23 Novembre a Capo Frasca, invece, è stata una giornata di resistenza a quella violenza che subiamo ogni giorno della nostra esistenza. Numerosi autobus provenienti dai quattro angoli della Sardegna, macchinate partite da ogni paesino, emigrati che tornano non per le vacanze ma per lottare, 800 persone che si sono date appuntamento in un giorno feriale, sottraendo denaro al già magro stipendio per poter essere artefici del proprio destino.

Un protagonismo di massa che ha avuto un nuovo impulso dopo il 13 Settembre del 2014 quando, dopo l’incendio dell’esercito tedesco ai danni della macchia mediterranea di Capo Frasca, migliaia di persone si sono riversate in quel lembo di terra aprendo varchi ed entrando nel poligono. Una continuità ideale con quella giornata che si è andata però scontrando con la violenza della polizia messa a guardia di un sistema militare di oppressione che non possiamo più tollerare.

Dopo essere state tagliate decine di metri di reti e filo spinato, alcuni manifestanti, divisi dall’età ma uniti da un’ideale, hanno provato ad entrare all’interno del poligono venendo violentemente caricati dalla polizia con a capo il vice-questore Rossi evidentemente scottato dallo smacco subito solo un anno prima a Teulada quando bloccammo la più grande esercitazione militare della NATO dal dopo guerra ad oggi.

La reazione è stata compatta e determinata permettendo così di salvare alcuni manifestanti che erano stati pestati dalle forze di polizia, perché lo abbiamo appreso dal movimento NOTAV in anni di lotta: si parte e si torna assieme.

Si sbracceranno i difensori della cultura della guerra al grido “abbiamo bisogno dei militari per difenderci” (da cosa ci chiediamo noi? Dai popoli che opprimiamo?), ancora di più si sbraccerà il centro sinistra che ha da tempo abdicato qualsivoglia possibilità di riscatto della Sardegna asservendola alle logiche e agli interessi del ministero della difesa. Un centro sinistra che vediamo distante anni luce nel momento in cui dalle chiacchiere elettorali si è passati alla pratica: l’ampliamento del molo di Santo Stefano che ha permesso il ritorno dei militari.

L’assedio è reciproco, le migliaia di kilometri di filo spinato che recintano le vostre basi non sono muri impenetrabili e nella storia si sa, ogni muro prima o poi è stato scavalcato o abbattuto. Arriverà quindi anche il giorno in cui ci libereremo anche noi dell’occupazione militare e costruiremo una società più giusta.

Torneremo ai gruppi di studio, torneremo nelle scuole e nelle università, andremo in giro di paese in paese nonostante le intimidazioni della DIGOS a chi ci concede le aule per le assemblee pubbliche, torneremo a sfilare in città ma soprattutto torneremo a violare quel cartello che recita: zona militare limite invalicabile.

A foras – movimento sardo contro l’occupazione


3 giorni Sassari Antimilitarista // 17 -18 – 19 NOVEMBRE

Posted: novembre 16th, 2016 | Author: | Filed under: General, Iniziative, Spazio Sociale | No Comments »

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Manifestazione contro l’occupazione militare 23 – 11- 2016 // Autobus da Sassari a Capo Frasca per il 23 – 11

Posted: novembre 16th, 2016 | Author: | Filed under: General, Iniziative, Militarizatzione | No Comments »

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Contro l’occupazione militare in Sardegna
Corteo a Capo Frasca 23 Novembre 2016

L’occupazione militare è un problema che risale agli anni ’50, quando la Sardegna fu messa a disposizione dallo Stato Italiano per diventare uno dei centri nevralgici del sistema “difensivo” della NATO nel Mediterraneo nel contesto della guerra fredda. Questa operazione è conseguente alla posizione presa dall’Italia all’interno del blocco occidentale, che prevedeva una sottomissione alla politica estera Statunitense e un’adesione al sistema economico liberista.

La Sardegna ha svolto la funzione di moneta di scambio per due ragioni fondamentali: da un lato la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, dall’altro la sua situazione economica arretrata (se messa a confronto con lo sviluppo tecnologico-industriale dei paesi occidentali) e priva di grandi riserve di materie prime sfruttabili a livello industriale. Lo Stato Italiano ha poi cominciato a colonizzare anche militarmente la Sardegna, per riuscire nell’impresa di mettere a profitto il suo territorio.

Ad oggi, queste sono le conseguenze catastrofiche: il 62% della superficie militare italiana si trova in Sardegna, ovvero 37.000 ettari di terra, di cui 24.000 di demanio militare e 13.000 di terre sottratte all’uso delle comunità perché gravate da una servitù militare, e di mare, con un’area persino più ampia della superficie totale della Sardegna stessa.

Numerose sono le caserme che costellano il territorio sardo, e numerosi sono anche i poligoni (4 permanenti e 6 occasionali) dove oltre che all’addestramento dei militari di molti paesi della NATO (ma anche quelli di Israele e della Turchia) con aerei, navi, cannoni, carri armati, mezzi anfibi, vengono testati ordigni esplosivi e sistemi d’arma (anche da industrie private come Alenia e Piaggio) che inquinano in maniera devastante e persistente anche a distanza di centinaia di anni tutte le terre circostanti. Dal 1972 al 2010 l’isola della Maddalena è servita da porto per i sottomarini nucleari USA.

Documentati da ormai parecchio tempo sono gli altissimi tassi di incidenza tumorale all’interno delle comunità che risiedono in prossimità delle basi. I dati vengono sistematicamente insabbiati e screditati dalle autorità militari e dai medici delle commissioni d’inchiesta dello Stato a fronte di altri dati, raccolti da università e ricercatori indipendenti, che attestano la presenza di particelle radioattive (torio 232 e uranio, ad esempio) decine di volte più alti dei livelli massimi consentiti dalla legge.
Negli ultimi sessant’anni lo Stato ha imposto un’economia di dipendenza diretta alle comunità sarde vicine alle basi e indiretta a quelle più lontane. Il territorio è stato depredato delle sue risorse storiche, giacché vaste aree sono state rese inutilizzabili per l’agricoltura, la pastorizia e la pesca ma anche per la loro fruizione ricreativa e naturalistica.

Le briciole derivanti dalle compensazioni e dall’indotto lavorativo delle basi sono state presentate come ricchezza, il sottosviluppo forzato come progresso, l’esercito come un valido sbocco occupazionale. Il controllo non è solo territoriale ma soprattutto sociale, basato sulla profonda penetrazione di un’economia militare che si è progressivamente imposta quale unico e possibile modello di “sviluppo”, rendendo persino impossibile pensare, in alcune aree, a un’economia slegata dalla presenza delle basi.

La figura delle forze armate viene presentata, oltre che come fattore di sviluppo economico, anche come motivo di orgoglio per la popolazione sarda in quanto ospitante e collaboratrice di un’istituzione come quella militare volta a preservare la pace e i diritti umani nelle aree del mondo colpite dalla guerra. Questa funzione non può che apparire come un’enorme menzogna: quale orgoglio ci può suscitare la macchina bellica italiana e degli eserciti della NATO nel momento in cui guardiamo oltre la propaganda e ci accorgiamo di come le operazioni militari in Africa e Medio-Oriente non sono altro che guerre volte a preservare gli interessi strategici per l’egemonia economica sulle risorse energetiche in queste aree del mondo? Quale orgoglio, se le conseguenze sono pagate in vite umane, devastazione di interi paesi e migrazione forzata dei popoli colpiti?

Negli ultimi due anni si è riacceso un movimento di lotta in tutta l’isola contro la presenza militare, a partire dalla questione delle servitù e dell’occupazione dei territori, volta a impedire lo svolgimento delle esercitazioni come efficace strumento sia di protesta ma anche come mezzo pratico per inceppare, anche solo per una giornata, la macchina bellica. Unisciti alla lotta! Libera la tua terra!

*Di seguito la versione scaricabile del calendario delle esercitazioni in Sardegna, chi, cosa e dove si spara:

calendariosecondosemestre2016_glossario

calendariosecondosemestre2016_schema_rev

 

 

 


PRESENTAZIONE DEL LIBRO Per amore La rivoluzione del Rojava vista dalle donne // 25 Venerdì, Novembre h. 18.30

Posted: novembre 16th, 2016 | Author: | Filed under: General, Iniziative, Spazio Sociale | No Comments »

per-amore“Ho sempre pesato che fosse necessario anche confrontarsi e trarre ispirazione anche da esperienze molto lontane da noi, per poter trovare soluzioni alle contraddizioni che viviamo quotidianamente. Secondo me è necessario comprendere e combinare tra loro diversi punti di vista per ottenere una comprensione generale e profonda, che a sua volta porti ad una pratica finalizzata ad un miglioramento reale della situazione in cui viviamo. È proprio per questo che penso che le vite e le esperienze di donne non molto lontane possano contribuire al dibattito riguardo come costruire il nostro futuro, ed è appunto per questo che le ho raccontate in un libro.
Viaggiando, quindi, si impara. E credo di avere imparato alcune cose (poche, ma pur sempre qualcosa), trascorrendo più di un anno e mezzo in Rojava.
Ho respirato una lotta contro il sistema che ci vuole schiave1, e che usa come primo strumento per farci schiave quello di metterci una contro l’altra, di farci l’una all’altra nemiche. Ho compreso come la migliore difesa contro di questo sia l’amore: è per questo che ho intitolato il libro che ho scritto “per Amore – la rivoluzione del Rojava vista dalle donne”. Uno degli scopi principali di questa lotta è ricomporre la società che il capitalismo vuole distruggere, fare in modo che gli esseri umani si incontrino, ed apprendere assieme come fare a risolvere problemi comuni in maniera collettiva: è per questo che esistono le komine, cellula di base del confederalismo democratico, e tutte le altre assemblee e luoghi di incontro.
Il contrario di capitalismo è società, perché il capitalismo distrugge la società e perché una rete sociale più forte degli interessi personali è antidoto al capitalismo. Nel momento in cui contribuiamo a costruire muri, a mettere distanze tra persone e gruppi, non siamo quindi altro che schiave del sistema.
Ho visto quanto sia importante non chiudere il proprio pensiero e le proprie azioni dentro a dogmi limitanti, come sia importante liberarsene per sperimentare strade nuove. Ho visto come i dogmi con cui cresciamo possono impedirci di comprendere tutto quello che non riusciamo ad incasellare nelle nostre griglie preconcette. Ho anche compreso quanto difficile sia liberarsi di queste letture cariche di pregiudizi che ci impediscono di librarci in aria, ho visto quanto dolore e rabbia possa portare questa lotta interiore per imparare a volare, e quanto splendido e grandioso sia poi il volo. Ho osservato le rotture che può portare rinnegare sé stesse, e in questo senso deve essere chiaro che rompere con i dogmi non significa rinnegare la propria storia: chi rinnega sé stessa e la propria identità non è in grado di volare.
Soprattutto, in Rojava, ho visto che è possibile creare qualche cosa di diverso. Che raccontano bugie quando vogliono farci credere che il mondo capitalista sia l’unica possibile soluzione ai bisogni della gente, o che lo Stato sia l’unica possibile forma di organizzazione. Ho visto che realmente la società può organizzarsi senza uno Stato, che si può dare a ciascuna secondo i suoi bisogni senza necessità dell’accumulazione di capitale. Ho capito che è una strada difficile da percorrere, che in ogni momento è necessario fare autocritica, e non pensare che tutto sia chiaro limpido e incontrovertibile: perché i tranelli sono moltissimi, e dobbiamo essere vigili per non cadere o forti per rialzarci. Ho visto però che una forma di organizzazione sociale diversa e più umana è possibile, è necessaria: sono convinta che sarà il nostro futuro.
Ho poi osservato l’importanza della bellezza. Parafrasando una vecchia frase, “se non c’è bellezza, non è la nostra rivoluzione”. La bellezza è necessaria quanto l’aria che respiriamo, perché la bellezza non è solo la meta, ma soprattutto la strada.
Ho quindi riportato un pezzo di quello che ho imparato in Rojava in questo libro, trascrivendo i racconti delle donne che descrivevano la propria vita. Verrà data voce alle donne del Rojava, sarano loro a raccontare, non io. Ho messo nero su bianco poi alcune delle domande che secondo me questo pezzo di mondo ci pone, senza pensare di aver trovato qui la Verità, ma una realtà da cui è necessario prendere spunti, perché ci pone domande critiche su quello che stiamo costruendo, ci obbliga a riflettere su cosa ci spinge in una certa direzione. Perché non siamo guardiane di braci, che cercano di fare in modo che non si spengano del tutto: siamo invece fuoco ardente, in grado di diffondersi e scaldare ed illuminare il presente ed il futuro.
Nel libro ci sono alcune donne che raccontano la loro storia, come vivevano prima della rivoluzione, come partecipano alla realizzazione di una società democratica, e quali cambiamenti ci sono stati nella loro vita. Queste storie sono intervallate da alcune brevi riflessioni, non volte a portare soluzioni quanto a porre quesiti: che domande pone a noi la rivoluzione del Rojava? Quasi certamente questo testo è incompleto, molto probabilmente si potrebbe fare di più, ma sicuramente è un inizio, un sasso nel lago. Senza pretese, un contributo al dibattito.
Non troverete questo libro nelle librerie, solo nelle presentazioni che verranno organizzate, o al massimo in qualche “banchetto” di compagne. Perché? Perché questo libro è uno strumento, un canale per poterci conoscere, un laccio per avvicinarci. Non serve leggerlo da sole chiuse nella corazza proprio isolamento. Incontriamoci, discutiamone, critichiamoci a vicenda. E facciamo fiorire nuove idee, senza dimenticare le vecchie o rinnegare la storia che ci ha portate ad essere. quello che siamo”.