“I MURI abbattuti, diventano PONTI” A.Devis

OMICIDIO DI STATO NEL CARCERE DI BANCALI

Posted: Maggio 26th, 2017 | Author: | Filed under: Dossier, General, Prigioni e dintorni | No Comments »

Ieri un prigioniero del carcere di Bancali si è tolto la vita. I sindacati della polizia penitenziaria definiscono “inaccettabile che fatti del genere possano accadere in strutture così nuove”.

Per noi è inaccettabile che chi di lavoro fa l’aguzzino si esprima su un fatto del genere; inaccettabile è scandalizzarsi che un uomo decida di togliersi la vita solo perché si tratta di una “struttura nuova”; inaccettabile è non denunciare che è il carcere a togliere la vita, dopo la libertà; inaccettabile sono i miliardi investiti nel costruire galere; inaccettabile sono i 45 suicidi avvenuti nel solo 2016; inaccettabile sono le angherie e i soprusi a cui ogni prigioniero è sottoposto; inaccettabile è la retorica della “sicurezza” che negli ultimi anni, come dimostra anche l’ultimo rapporto dell’AssociazioneAntigone, ha creato un effetto paradosso per cui diminuiscono i reati ma crescono le persone rinchiuse. Inaccettabile è continuare a pensare che è giusto che chi sbaglia paga..e chi finisce in carcere, si sa, qualcosa di sbagliato l’ha fatto, senza riconsiderare che “giusto” in questa società è chi sfrutta i lavoratori e li condanna a morire perché la sicurezza costa, “giusto” è chi usa i soldi dei risparmiatori per speculare in borsa, “giusto” è chi avvelena la terra e si prende pure gli incentivi per le rinnovabili. Questa giustizia non è la nostra. Questa morte, l’ennesima, non è “inaccettabile”. Si chiama omicidio. Omicidio di Stato.

Alleghiamo di seguito il XIII Rapporto sulle condizioni di detenzione  http://www.associazioneantigone.it/tredicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione.


Vengo anch’io, no tu no..vengo anch’io, no tu no.. Ma perché?? Perché NO…..BASI.. !

Posted: Maggio 24th, 2017 | Author: | Filed under: General | No Comments »

 

Abbiamo appreso con felicità che le compagne e i compagni della Dynamo Dora Rugby, hanno rifiutato una richiesta di partecipazione al torneo da loro organizzato della Sigonella Hoplite Rugby Club, (squadra femminile di rugby della base Nato in Sicilia). Noi crediamo che la lotta alla guerra e all’imperialismo si debba servire di gesti del genere, ricordando che è molto importante bloccare un’esercitazione militare ma è altrettanto importante bloccare l’inserimento dei militari nel contesto civile e la loro partecipazione a eventi simili, perché come hanno detto le compagn*: “non basta togliersi la divisa e infilarsi una maglietta da rugby per far finta di essere “solo delle ragazze che giocano a rugby”. Quindi non possiamo che essere solidali con questo gesto e augurarcene tanti altri… NO alla guerra e lunga vita alla Dynamo Dora Rugby... in allegato il comunicato delle compagne e i compagni, buona lettura:

Negli ultimi giorni ci siamo trovati al centro di un’aspra polemica legata alla nostra Festa del Rugby Popolare. Pochi giorni fa abbiamo infatti ricevuto la richiesta di una squadra femminile, la Sigonella Hoplite Rugby Club, che ci chiedeva di poter partecipare al torneo da noi organizzato. Incuriositi dal nome insolito, è stato facile scoprire che si trattava di una rappresentanza sportiva della base militare Nato di Sigonella, in Sicilia. Non abbiamo avuto alcun dubbio nel rispondere e abbiamo ribadito con poche frasi, scanzonate ma decise, l’incompatibilità dell’evento con soldati, militari e guerrafondai di ogni genere.

Sigonella è una tra le più importanti basi aeronautiche Nato, in Italia e nel Mediterraneo, che militarizza da sessant’anni un territorio a discapito della popolazione locale ed è coinvolta con un ruolo di primo piano nello sviluppo del progetto MUOS. Quest’ultimo consiste nella costruzione di un sistema di telecomunicazioni satellitari e radar che serve ad orientare gli aerei militari, ha un gravissimo impatto ambientale ed è gestito dal dipartimento della difesa statunitense. Storicamente la popolazione siciliana si è sempre opposta a questa presenza coatta con mobilitazioni popolari, non ultimo il Comitato No Muos. Le più recenti notizie riguardano la concessione della base per l’utilizzo di droni e aerei spia che serviranno in missioni di guerra.

Come Dynamo Dora Rugby abbiamo sempre sostenuto le lotte popolari. Abbiamo deciso di farlo partecipando a tornei, iniziative ed eventi legati ai valori che ci rispecchiano: l’antifascismo, l’antirazzismo e l’antisessismo. Crediamo da sempre nei principi dell’autorganizzazione e della solidarietà, siamo al fianco delle lotte contro le ingiustizie sociali e appoggiamo fermamente il movimento contro l’alta velocità in Valsusa. Questi valori si concretizzano nella nostra idea di sport, che non vogliamo neutrale né indifferente, ma partigiano, radicato nella nostra idea di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Condividiamo questa prospettiva con una rete di realtà, squadre e palestre con cui tentiamo di dare corpo ogni giorno ad un’idea di sport differente.

Questo è il retroterra che ha motivato un rifiuto per noi ovvio, il quale ha suscitato sui social una canea che non ci aspettavamo. “Il rugby non divide, unisce sempre”, “lo sport è al di sopra delle questioni politiche”, questo è il tema ricorrente nei commenti di chi non ha condiviso la nostra scelta di escludere la partecipazione delle “sigonelle”: la squadra di rugby femminile della base Nato siciliana. Precisiamo: non abbiamo impedito a delle “ragazze come tutte le altre” di partecipare e rinnoviamo l’invito a chiunque, quale che sia la sua nazionalità. Abbiamo invece impedito la partecipazione di un gruppo militare, a cui rinnoviamo il nostro invito a lasciare il pianeta, in piena coerenza con l’antimilitarismo che ci definisce. Se le soldatesse volessero rinunciare al loro incarico e rinnegare il loro mandato, saremmo incondizionatamente disponibili ad accoglierle festanti, abbracciarle e condividere il nostro barbecue e un bel momento di sport. Dubitiamo tuttavia che possa accadere… e allora ci spiace, ma non basta togliersi la divisa e infilarsi una maglietta da rugby per far finta di essere “solo delle ragazze che giocano a rugby”. Perché lo sport unisce, ma non può essere indifferente. Indifferente per esempio rispetto alla funzione della base di Sigonella. Troppo spesso si sente parlare a vanvera di una presunta neutralità del rugby, ci viene imposta la narrazione di uno sport specchio di una società priva di conflitti, in cui bisogna includere tutto e tutti, ma non la politica. Il nostro criterio invece è quello di unire attraverso contenuti forti, di viverli giornalmente negli spogliatoi, in campo e in città, anteponendoli anche alla competizione e al successo agonistico. Per due interi giorni la nostra pagina facebook è stata sistematicamente bombardata da critiche, insulti e attacchi verbali.

Ci teniamo innanzitutto a precisare che le dichiarazioni fatte non provengono dalla bocca del nostro allenatore ma da una squadra tutta, che ha deciso di organizzarsi orizzontalmente senza scale gerarchiche

Soffermiamoci un istante ad analizzare il tenore e la provenienza di questi commenti. Se ci sono stati alcuni rilievi genuini alla forma del nostro rifiuto, siamo stati perlopiù sommersi da invettive di chiara provenienza: insulti omofobi scritti in inglese da soldati delle basi, post infuriati di poliziotti mossi da spirito corporativo, messaggi privati che inneggiano al duce e candidati locali della lega nord che si proclamano candidamente nazionalsocialisti. Dulcis in fundo ci siamo imbattuti in un articolo di “alto giornalismo” contro l’intolleranza nel rugby, che paragona l’accaduto a un precedente episodio accaduto a Roma qualche anno fa, quando a un militante neofascista è stato impedito l’ingresso nel campo dell’ex Cinodromo occupato per disputare una partita. L’aspetto divertente è che l’autore dell’articolo in questione sia lo stesso fascista coinvolto nella vicenda, ed è inutile dire che ci riconosciamo nel gesto esemplare dei fratelli e delle sorelle degli All Reds, perché di certi rifiuti e certe scelte facciamo una bandiera. Rivendichiamo insomma pienamente i motivi della nostra decisione e rilanciamo questo comunicato, con cui abbiamo voluto prendere parola e chiarire la nostra posizione, invitando tutte le realtà rugbistiche a noi affini, ma più in generale il mondo dello sport popolare, partigiano e solidale, a condividerlo e a sostenerci.

È in questo spirito che chi vorrà condividere con noi due giornate di rugby e di festa è il benvenuto, il 2 e 3 giugno al Motovelodromo di Corso Casale.

Vivo, sono partigiano. Per questo odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Le giocatrici e i giocatori della Dynamo Dora Rugby


Cena libertaria // Ricordi di una rivoluzione // 15 Giugno 2017

Posted: Maggio 24th, 2017 | Author: | Filed under: Dossier, General, Iniziative, Spazio Sociale | No Comments »


AL LUPO AL LUPO… E L’AGNELLO CI CASCA

Posted: Maggio 24th, 2017 | Author: | Filed under: Dossier, General, Prigioni e dintorni | No Comments »

Mentre sempre più soldi vengono stanziati per esercito, armamenti e missioni, mentre tutte le spese nel sociale si abbassano e crescono solo quelle del business securitario, lo Stato continua la sua azione contro il grande problema che regna nella quotidianità di ognuno di noi, quello a cui pensi quando ti arriva la busta paga o la bolletta, o quando vai a fare una visita medica: il migrante! Eh, sì è lui, è ormai sicuro: la causa di ogni male. E così mentre la caccia alle streghe prosegue, tutto ciò che ci circonda viene piano piano, silenziosamente, smantellato. Non ce ne accorgiamo, abbiamo un problema più grande a cui pensare: il migrante.

E per rispondere a questo impellente problema, lo Stato aggiungere un nuovo tassello: sono i centri permanenti per il rimpatrio, da sostituirsi ai CIE. Già a gennaio 2017 il governo aveva confermato la costruzione di nuovi centri che fossero di dimensioni più piccole, preferibilmente fuori dalle città e vicino ad aeroporti.

Ecco dove sorgeranno i nuoci CPR. Tra questi, Iglesias e, guarda caso, sarà usata la vecchia struttura del carcere dismesso per rinchiudere i migranti. Non c’è di che stupirsi, ma soprattutto c’è poco da aggiungere dato che questo nuovo centro sorge proprio in un vecchio carcere, cosa possiamo aggiungere a ciò che già ci stanno esplicitamente dicendo?

L’apertura di questo nuovo lager per migranti si inserisce, quindi, dentro un piano ben più vasto che proprio nella nostra isola ha visto la sua realizzazione con la costruzione negli ultimi anni di 4 nuove galere con sezioni di massima sicurezza (costruite ben lontane dai centri abitati, con enorme speculazione0 del bussines penitenziario), l’apertura della fabbrica di bombe di Domusnovas e la sua annunciata espansione, e infine la diffusione della presenza militare.

Strutture di uno stesso cerchio: eserciti che si allenano e fabbriche che esportano bombe, tutte a ingrossare il business militare che provoca, lontana da noi, quelle stesse guerre e quelle stesse carestie da cui fuggono i migranti … e quando dopo gli interminabili viaggi arrivano qui, tutto è pronto per rinchiuderli nei CPR o se si riesce direttamente in galera. Quattro tasselli (basi, fabbriche d’armi, CPR e galere) di uno stesso piano in cui il Capitale, con l’avvallo delle leggi e della forza dello Stato, unisce il profitto allo sfruttamento.


Contro carcere, isolamento, differenziazione Solidali con il prigioniero Davide Delogu

Posted: Maggio 24th, 2017 | Author: | Filed under: General | No Comments »

Di seguito l’ultima lettera arrivata da Davide dopo la sua tentata evasione, avvenuta il primo maggio 2017 nel carcere di Augusta, Siracusa, ove si trova imprigionato. 

Isolamento di Brucoli, 5.5.2017

…mi trovo in una cella liscia tutta sigillata, senza niente, mangio per terra ma con la dignità di sempre di non essere mai soggiogato da ciò che impongono i miti di infallibilità che si costruiscono sulla perfezione del potere carcerario. Vi sono sempre degli spazi, delle falle che rilevano la sua debolezza.
Unica mia sfiga è stato il vento, che ha spezzato per ben due volte i bastoni legati di lungo che sorreggevano gancio e corda. Ho perso tempo per aggiustarli e alla fine sono riuscito ad agganciare il muro di cinta, ma vi erano già fuori le sentinelle armate pronte a sparare, considerando che ho iniziato l’azione arrampicandomi dal passeggio e avendo pochi minuti a disposizione.
Ho proposto una campagna di liberazione che dovrebbe già essere pubblicata su CNA (https://www.autistici.org/cna/2017/05/12/comunicato-del-compagno-anarchico-sardo-davide-delogu-e-aggiornamenti/)
Per avere questa penna, il bollo e i fogli ho dovuto battagliare per 5 giorni. Ora sono in attesa del consiglio di disciplina, del trasferimento e della conseguente applicazione del fottuto 14 bis.
Non so neanche se partirà questa, perché qui la tensione si taglia a lamette.
Lotta per la liberazione! Un abbraccio!
Davide
 

Qui sotto il volantino diffuso il 17 maggio durante il presidio al tribunale di Cagliari in solidarietà a Davide 

 

Contro carcere, isolamento, differenziazione

17 maggio: presidio al tribunale di cagliari

Ripercorriamo qui di seguito i fatti accaduti a partire dalle rivolte nel carcere del Buoncammino nella primavera del 2013. Oggi quel carcere è stato chiuso, i detenuti trasferiti altrove, alcuni sono stati perseguitati per non aver taciuto gli abusi e i trattamenti disumani ricevuti, propri di ogni carcere. Vogliamo che questa udienza diventi occasione per cogliere e ribadire l’importanza di quelle lotte e portare solidarietà a chi è processato per il coraggio e la determinazione nel lottare contro il carcere.

Il 17 maggio è il giorno di una nuova udienza, a Cagliari, del processo contro Davide Delogu per le mobilitazioni avvenute fra la primavera e l’estate del 2013 nel carcere cagliaritano del Buoncammino, ora chiuso. Quel periodo è stato caratterizzato da diverse proteste in tante carceri italiane anche per via del sovraffollamento (quasi 70 mila persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di poco più di 40 mila posti) che aveva portato ad una condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), il cui pronunciamento finale era atteso per il 17 giugno 2013 (e poi prorogato al 24 maggio del 2014).

In quel contesto si inserisce la mobilitazione dei prigionieri del Buoncammino, cominciata il 25 maggio, con uno sciopero del carrello durato per quattro giorni, e accompagnata da un comunicato firmato da 301 detenuti. Le richieste riguardavano un’amnistia generalizzata, l’abrogazione dell’art. 41 bis o.p., dell’ergastolo ostativo, della recidiva, dell’art. 4 bis o.p. e, in generale, la fine dei ricatti e della differenziazione che sono propri del trattamento individualizzato e premiale, finalizzato a produrre “collaboratori di giustizia”. Non ultime, vengono denunciate le condizioni di sovraffollamento, la carenza di ore d’aria e di socialità, le condizioni fatiscenti dell’istituto di pena, che insieme provocano malattie derivate dalla detenzione, continui atti di autolesionismo e omicidi di stato, chiamati suicidi. Il comunicato precisa che la data del 25 maggio viene scelta come inizio della protesta perché in concomitanza si svolgeva una manifestazione a Parma “Contro carcere, differenziazione, 41 bis e isolamento, per la solidarietà di classe, a sostegno delle lotte di tutti i detenuti”.

Dopo il blocco totale della posta in uscita, messo in atto dalla direzione del carcere cagliaritano, il 17 giugno inizia uno sciopero dell’aria che si protrae per due giorni e che viene immediatamente attaccato dalle guardie con una perquisizione generale, durante la quale le celle vengono devastate senza alcun ritegno, con una chiara finalità intimidatoria e persecutoria. I prigionieri riescono a far uscire un secondo comunicato, che mette in luce la carenza delle ore d’aria giornaliere e le anguste condizioni dei passeggi, chiamati non a caso “quartini” – nonostante fosse presente un grande passeggio, mai utilizzato –, ed esprime la volontà di unirsi alle proteste e agli scioperi che avvengono in quei giorni in altre carceri. Questo secondo scritto è firmato da 134 prigionieri, che sarebbero potuti essere ben di più, se i detenuti dei due bracci del carcere, isolati tra loro, fossero riusciti a mettersi in contatto. All’esterno di queste carceri in lotta non mancano diverse iniziative solidali e un tentativo di coordinamento di una mobilitazione unitaria per l’amnistia generalizzata, contro la tortura, l’isolamento, le morti e l’ergastolo.

Il 9 luglio il Buoncammino è nuovamente in fermento: nell’ala sinistra del carcere alcuni prigionieri si barricano dentro le celle, bruciano delle suppellettili ed espongono tre striscioni, uno dei quali con scritto “NON SIAMO BESTIE”. Subito con un tam-tam vengono informati parenti, amici e alcuni compagni, che formano un presidio all’esterno. L’aria si surriscalda, è già tramontato il sole. All’interno del braccio si verificano diversi black-out, accompagnati dalle battiture rabbiose, dalle bombole del gas che gettate dalle finestre vengono fatte esplodere verso l’esterno del braccio, e dal bagliore del fuoco appiccato all’interno in diversi punti. Fuori, una calorosa risposta dei presidianti contribuiva ad alimentare il caos facendo scoppiare dei petardi. I barricati pretendono l’arrivo tempestivo dei giornalisti ai quali, dalle finestre, descrivono le condizioni detentive inaccettabili e tutto lo schifo del Buoncammino. Il giorno dopo il direttore passa in ogni cella e minaccia di trasferimento immediato chiunque apra bocca; quando fuori arrivano i compagni per portare nuovamente solidarietà non c’è quasi nessuna risposta: l’intimidazione ha sortito l’effetto cercato e i ribelli barricati vengono trasferiti, come spesso succede, al fine di spezzare la solidarietà tra i prigionieri. Uno di loro verrà pestato e trasferito a Lanusei. Il 9 luglio è anche la data d’inaugurazione del nuovo supercarcere di Bancali (SS), alla presenza dell’allora ministro della Giustizia Cancellieri.

Il 25 luglio Davide viene trasferito al Pagliarelli di Palermo e il 3 agosto gli viene applicato l’isolamento del 14 bis per 6 mesi. Il provvedimento del DAP cita tutta una serie di punti, tanto per mettere più legna possibile sul fuoco, che possano giustificare la sua “elevata pericolosità”: mette in primo piano la sua “intenzione di evadere” e lo indica come “promotore ed organizzatore di forme di protesta” (citando quella del 25 maggio) per i diversi presidi realizzati all’esterno; evidenzia i rapporti disciplinari presi negli ultimi 7 mesi, la sua “contiguità agli ambienti anarchici” e altre varie argomentazioni sostenute dal loro linguaggio tendenzioso. Come da dispositivo, Davide può avere in cella solo il tavolo, la branda, lo sgabello; ha diritto a due ore d’aria da solo, un colloquio al mese (disposto dal direttore) e dovrebbe avere almeno la radiolina, che non gli daranno se non dopo diverse proteste.

Da quella data fino a oggi Davide è quasi sempre stato in isolamento (il 14 bis può durare massimo 6 mesi ma può essere prorogato per soddisfare il sadico piacere del DAP) e non è più uscito dalla Sicilia, passando dalle carceri di Caltanissetta, Agrigento e infine Augusta, da cui ha tentato recentemente di evadere, senza purtroppo riuscirci. I pochi e soli momenti di socialità e comunicazione sono stati quelli per i processi che, nonostante le lunghe e faticose traduzioni, costituiscono occasione d’incontro, di solidarietà e di lotta comune contro il carcere, l’isolamento e la repressione. Non è un caso, infatti, che sull’onda inesauribile dell’emergenza mafia-terrorismo si stia progressivamente generalizzando una legislazione speciale che, tra l’altro, mira a estendere il processo in videoconferenza: se fino ad oggi molte delle richieste di processo a distanza sono state disattese – per i compagni No Tav, come pure per Davide in passate udienze –, il ddl Orlando di riforma della giustizia, attualmente in discussione in Parlamento, punta a rendere normale ciò che era nato come eccezionale, esclusivo per chi sottoposto al 41 bis.

La storia di Davide è una storia comune a tanti altri prigionieri che non sono disposti a barattare la propria integrità e dignità in cambio di qualche beneficio e che per questo vengono puniti anzitutto con l’isolamento totale e prolungato nel tempo, in luoghi lontani da familiari e amici, e privati della possibilità di comunicare. L’isolamento, con le vessazioni accessorie che favorisce, costituisce da sempre una leva efficace in mano agli aguzzini del DAP e ai suoi servi esecutori, per tentare di domare la determinazione a ribellarsi dei prigionieri più coscienti. Così è successo ai prigionieri in lotta a Ivrea, nel novembre dell’anno scorso, trasferiti ad altre carceri e messi in isolamento; così succede a Maurizio Alfieri, di recente trasferito dal carcere di Milano-Opera alla sezione di isolamento di Napoli-Poggioreale a causa della sua irriducibile sete di giustizia; così è successo a centinaia, migliaia di detenuti, che negli ultimi decenni hanno attraversato le carceri speciali, le sezioni di isolamento, l’Alta Sicurezza, il 41 bis, ovvero tutto l’armamentario che la controrivoluzione ha sviluppato e mantenuto, per arginare quel poderoso ciclo di lotte che ha attraversato il nostro paese per almeno un ventennio.

Contro il carcere, l’isolamento, la differenziazione e la violenza assassina dei padroni, del loro stato e dei loro cani da guardia: il 17 maggio davanti al tribunale di Cagliari.

Per sostenere le ragioni delle lotte portate avanti nel carcere di Buoncammino e nelle carceri di tutta Italia.

Per continuare la lotta, il 20 maggio saremo davanti al carcere di Livorno, per non dimenticare Stefano Crescenzi e tutti gli altri morti di stato.

15 maggio 2017, OLGa

Per leggere integralmente i comunicati e le lettere giunte dal Buoncammino nel 2013 si vedano gli opuscoli n.80 e 81 in www.autprol.org/olga


Venerdì 19 e Sabato 20 Maggio // Due giorni di dibattito sul medio oriente

Posted: Maggio 19th, 2017 | Author: | Filed under: General | No Comments »


Campo prove 140 // Sull’ampliamento della fabbrica di bombe di Domusnovas

Posted: Maggio 16th, 2017 | Author: | Filed under: Dossier, General, Militarizatzione | No Comments »

Qualche giorno fa i quotidiani locali hanno riportato la notizia che l’iter amministrativo per l’ampliamento della fabbrica di bombe di Domusnovas è giunto a un passo significativo, il 18 maggio a Iglesias si terrà la conferenza di servizi riguardante questa novità.
Una prima voce sulla necessità di ampliamento da parte della RWM era uscita un anno fa, precisamente ad aprile 2016, in concomitanza con la mega- commessa che il governo francese aveva affidato alla Rheinmetall per la produzione di bombe MK.
Da allora non si erano più avute notizie, come al solito la proprietà tedesca è stata molto abile a lavorare nell’ombra, ma ecco che a dieci giorni dalla conferenza di servizi esce la notizia, e sembra che, almeno da un punto di vista legale, ci sia ben poco da fare.
L’ampliamento richiesto prevede l’edificazione di un nuovo Campo prove, denominato 140, da costruire in Località San Marco (in territorio comunale di Iglesias) per scopi non ancora ben chiari. A questo si somma l’investimento che farà anche la regione Sardegna per adattare e mettere a norma la strada che collega lo stabilimento di Domusnovas alla S.S. 130.
Pare quindi che il SUAP (Sportello Unico per le Attività Produttive) di Iglesias il 18 darà il formale
via ai lavori; quando inizieranno, la durata e la tipologia sono ancora tutte notizie non a nostra
disposizione, il campo prove di una fabbrica di bombe importante come la RWM probabilmente non sarà un’opera da due soldi e tre giorni di lavoro, ma siamo nel campo delle ipotesi.
La notizia di questo allargamento, proprio ora che da più di un anno si sono finalmente levate delle voci di contrasto per la chiusura della fabbrica, non è passata inosservata, i sindaci coinvolti hanno voluto dire la loro.
Gariazzo, sindaco di Iglesias, ha scelto la strada più facile, dicendosi contrario alla produzione di bombe ma conscio che una riconversione non sia cosa facile e dichiarando che per quanto riguarda l’ampliamento lui non può far altro che applicare la legge. Ventura, sindaco di Domusnovas, invece è stato più coerente con la sua storica posizione di difensore della fabbrica, dicendo che “questa amministrazione difenderà fino alla fine questa realtà economica”.
E’ chiaro che se chi è contrario alla presenza della fabbrica si affiderà ai politicanti di turno si ritroverà nel giro di qualche tempo con il campo prove 140 bell’e pronto a perfezionare una produzione di morte che già ora non scherza. Ma quindi cosa fare?
Non è facile dare una risposta a questa domanda, però ci si può provare.
Innanzitutto questa scelta di ampliamento spegne ulteriormente quegli illusori e assai poco credibili sogni di riconversione (a non si bene cosa tra l’altro) della fabbrica.
La Rheinmetall non ha alcuna intenzione di rivedere o ridimensionare la produzione, il mondo è in guerra, l’industria bellica è in questo momento uno dei pochi ambiti economici su cui gli Stati possono fare affidamento sicuro. Tra chi bombarda, chi si prepara a farlo e chi per essere incluso nei “giochi” di geopolitica invia truppe qua e là, tutte le nazioni si trovano in perenne stato di guerra.
Inoltre la crisi economica a livello mondiale si configura come il ricatto perfetto per far passare questo tipo di investimenti senza troppe opposizioni, gli stati europei sono tutti in cerca di un loro Vietnam, una guerra per risollevare l’economia interna e distrarre la popolazione da ciò che realmente accade, dalle politiche di austerità e controllo sempre più diffuse ed arroganti.
Ciò che accade a Domusnovas si può ritrovare in qualunque parte del pianeta: una produzione che non piace a nessuno o quasi, che viene però sostenuta in modo più o meno palese da tutte le istituzioni, da alcune perchè fornisce quel lavoro che loro stesse non possono più garantire, da altre perchè sanno bene che gli equilibri fra Stati sono basati su accapparamento di risorse e guerra e che su questi argomenti non si può discutere.
Gli interessi legati all’ambito bellico che risiedono nel territorio sardo sono enormi, ne abbiamo avuto una prova il 28 aprile a Quirra, quando militari e sbirri non avevano alcuna intenzione di permettere a un’opposizione organizzata anche solo di mostrarsi. La RWM di Domusnovas è in questo momento in piena espansione, all’avanguardia nella produzione e “tutelata” dalle contraddizioni che il sistema capitalista crea, fra cui la disoccupazione.
Non resta quindi che rimboccarsi le maniche e fare l’unica cosa che possa mettere seriamente in crisi questi colossi: rompere il silenzio complice nel quale lavorano.
Azioni di disturbo, sabotaggi, attacchi, blocchi, tutto ciò che non fa parte di una democratica e composta opposizione, recuperabile o comunque troppo facilmente gestibile da sbirri e istituzioni.
Chiedere al sindaco di Domusnovas la riconversione di una fabbrica privata, per giunta di proprietà tedesca, è come cercare di insegnare a un elefante a volare.
Le popolazioni dei dintorni sono sicuramente dei referenti delle lotte che si portano avanti, ma se non vogliamo ritrovarci con una fabbrica sempre più grande e sempre più radicata nel territorio il momento di agire è ora. Impedire questo ingrandimento significherebbe porre seri problemi alla realizzazione delle nuove commesse, significherebbe togliere quell’affidabilità nella produzione puntuale e precisa che la fabbrica si è guadagnata, significherebbe instillare dei dubbi negli investitori, significherebbe dimostrare che anche questi colossi hanno i piedi d’argilla e che quindi presto o tardi possono crollare.
Cenni storici e sulle recenti lotte contro la RWM: La RWM è un’importante fabbrica di bombe si tuata nel sud ovest della Sardegna, nei pressi del comune di Domusnovas (6000 abitanti circa), è di proprietà tedesca (Rheinmetall) da una decina d’anni circa. In tempi recenti ha subito una riconversione da civile a militare, dopo che per quasi un secolo la “polveriera” produceva esplosivi da cava e da miniera, molto utilizzati da tutta l’industria mineraria sarda. Con il crollo di quest’ultima è andata a picco anche la S.E.I. (Sarda Esplosivi Industriali) che è stata così rilevata da una multinazionale degli armamenti che ne ha trasformato la produzione.
Oggi la RWM possiede nel sud-ovest sardo più di 500.000 mq, di cui una parte è occupata dall’enorme stabilimento circondato da un muro in cemento armato alto circa tre metri e protetto da filo spinato. Vi lavorano con contratto a tempo indeterminato circa 150 operai, quasi tutti sardi. Nei periodi di grandi commesse il numero può arrivare a 200-250, e anche in questo caso gli ingaggi vengono fatti tutti sul territorio. L’ultima ondata di assunzioni temporanee di cui siamo a
conoscenza risale ai primi dello scorso dicembre.
Nella provincia più disperata d’Italia, un indotto come quello offerto dalla RWM ha un peso specifico enorme, sono pochi e silenziosi gli abitanti contrari alla presenza dello stabilimento. Ma c’è di peggio, i dipendenti e le loro famiglie sono i principali difensori della fabbrica.
La proprietà se li compra con buoni stipendi, condizioni di lavoro favorevoli (ad esempio ceste di frutta fresca nelle corsie) e trattamenti contrattuali vantaggiosi, assai rari di questi tempi. In questo modo la direzione può anche permettersi il lusso di chiedere/imporre ai propri dipendenti una certa riservatezza in merito a ciò che si svolge all’interno dello stabilimento. E’ così che un’enorme fabbrica che produce migliaia di bombe l’anno, e che fattura milioni di euro, è riuscita per anni a tenere completamente nascosta la sua attività, e anche ora con molti occhi a controllarla riesce a creare una coltre di fumo dalla quale non sfugge nulla o quasi.
I motivi di tanta segretezza non sono da cercare chissà dove, semplicemente per i proprietari meno si sa meglio è, i traffici d’armi spesso si avvalgono di libere interpretazioni di leggi e norme di sicurezza su trasporto (vedi l’articolo pubblicato dalla rivista SardiniaPost nell’estate 2016), inquinamento e vendita, e la RWM non fa eccezione. Per i dipendenti invece, non far sapere in giro che le loro mani sono sporche di sangue delle migliaia di vittime che le bombe mietono è probabilmente un modo per provare a dormire meglio la notte. Infine la complessità e la pericolosità del prodotto fanno sì che anche un disturbo minimo possa arrecare danni di grande portata alla produzione. Per questo i trasporti di materiali verso la fabbrica e di bombe verso porti e aeroporti sono da sempre top-secret.
In questi ultimi mesi la produzione dovrebbe essersi concentrata sulle bombe MK: ordigni a caduta libera, lunghi più di tre metri, del peso di circa 900 kg, con all’interno più di 400 kg di esplosivo. Le bombe vengono vendute, fra gli altri, anche all’Arabia Saudita, che le scarica sulle città dello Yemen.
I tentativi di opposizione portati avanti negli ultimi mesi hanno mostrato tutte le difficoltà che una lotta del genere comporta, non è quindi casuale l’attenzione che questo articolo rivolge ai movimenti in entrata e uscita dalla fabbrica, alle strade che i convogli percorrono, e ai porti dai quali partono, perchè forse proprio questi sono i punti dove si potrebbero ottenere quei risultati per adesso ancora lontani.
Con fortuna e insistenza, la segretezza nella quale è stata avvolta la fabbrica nell’ultimo anno ha
subito qualche crepa, ecco un elenco di avvenimenti legati ad essa.

Movimenti recenti intorno alla fabbrica di bombe di Domusnovas

16 Gennaio 2016, si registra il primo carico di bombe dell’anno: all’ aeroporto di Elmas atterra un Boeing 787 della compagnia azera Silk Ways. Le operazioni si svolgono di notte per evitare gli occhi curiosi dei passeggeri, ma l’ennesimo carico di bombe MK viene comunque scoperto.

10 Maggio, il Comitato NoBombe organizza un presidio nel piazzale della fabbrica di Domusnovas. Un centinaio di persone blocca l’accesso per tutto il pomeriggio impedendo l’ingresso di un turno di operai, i quali – probabilmente preavvisati – non si fanno nemmeno vedere.

12 Maggio, la nave ro-ro Jolly Cobalto, la più grande del Mediterraneo, parte dal porto di Genova in direzione Dubai con un carico di bombe prodotte a Domusnovas. Le informazioni parlano di sei container contenenti componenti delle bombe MK82 e MK84 prodotte da RWM Italia. Secondo il comunicato stampa quellitrasportati sono elementi per bombe, non ordigni veri e propri.

29 Luglio, il comitato NoBombe organizza il secondo presidio nel piazzale della fabbrica di Domusnovas. Questa volta l’appuntamento è prima dell’alba, per bloccare il primo turno. Una sessantina di manifestanti si ritrova di fronte un centinaio di sbirri con tanto di elicottero. Anche in questo caso gli operai non si vedono, i giornali nei giorni successivi riporteranno la notizia, di dubbia attendibilità, che la fabbrica avesse anticipato di un giorno la chiusura per ferie dello stabilimento, prevista per il 30 Luglio.

29 Settembre, la Jolly Cobalto getta l’ancora in rada al largo del porto di Sant’Antioco, probabilmente per un pescaggio insufficiente. Non viene accertato il trasporto di bombe, ma può essere che sia stata caricata con un lavoro di spola di qualche barca più piccola. Di sicuro la sua presenza nel golfo di Palmas è decisamente
insolita.

8 Ottobre, fallisce un tentativo di blocco della strada che porta alla fabbrica.

18 Novembre, alle 21 all’aeroporto di Cagliari-Elmas atterra un aereo proveniente dall’Azerbaigian, pronto a caricare le bombe della Rwm destinate all’Arabia Saudita. Il carico, anche se non ci sono conferme ufficiali, sarà utilizzato in Yemen, paese stravolto dalla guerra civile. Le armi arrivano alle 22.30: un trasporto massiccio nascosto da alcuni mezzi della società di gestione dello scalo (SOGAER?). La partenza è prevista nel cuore della notte.

21 Novembre, alle 14 parte un carico di bombe direttamente dalla fabbrica. Questa volta i Tir della DSV – Saima Avandero, tra i più grandi al mondo, attraversano da sud a nord l’intera isola, lungo la 131 e poi la diramazione nuorese (131 dcn) verso Olbia, forse nel tentativo di sfuggire ai riflettori dell’aeroporto di Cagliari.
Quattro Tir recanti i simboli dell’esplosivo, scortati da sicurezza privata, raggiungono alle 19 il porto Isola Bianca di Olbia. All’interno dei quattro mastodontici camion ci sono 1000 bombe, ennesima fornitura destinata all’Arabia Saudita. Alle 22 si imbarcano sul Cargo della Moby alla volta di Piombino, per svolgere le operazioni di scarico al coperto verso la destinazione finale.

10 Dicembre, la nave Bahri Tabuk lascia di notte il porto canale di Cagliari diretta a Port Said (Egitto) con un carico di 3000 ordigni prodotti dalla RWM. La Bahri Tabuk è una nave ro-ro cargo ship costruita nel 2013, lunga 220 metri e larga 32, che attualmente batte bandiera saudita. I 18 container vengono issati a bordo con la
supervisione di tecnici, vigilanza privata e vigili del fuoco. Sei giorni dopo la nave attracca al porto di Jeddah in Arabia Saudita.
21 Marzo 2017, la Bahri Tabuk attracca al porto canale di Cagliari e all’alba vengono caricati una ventina (pare) di contaneir provenienti dalla fabbrica di Domusnovas.

3 Aprile, il Comitato NoBombe organizza una giornata di mobilitazione contro la RWM: un presidio mattutino di fronte alla fabbrica con l’obiettivo di bloccarne la produzione, che verrà confinato dalle forze dell’ordine a qualche centinaio di metri dallo stabilimento, e un corteo pomeridiano in paese, per rompere il silenzio complice degli abitanti di Domusnovas. Da fonti locali pare che purtroppo la direzione dell’azienda, a conoscenza degli orari delle contestazioni, sia riuscita a riorganizzare i turni di modo che non vi fosse alcun contatto tra operai e manifestanti e che, di conseguenza, i ritmi di produzione non subissero intoppi. Da registrare inoltre l’ingente presenza di forze di polizia (una decina di camionette di celere insieme a volanti, digos e un elicottero).
Da questi dati si possono estrarre altre piccole informazioni sparse qua e là. La RWM, esattamente come il Ministero della Difesa*, si avvale di una serie di ditte private esperte dilogistica e movimentazione di materiali pericolosi. Per il trasporto su gomma si rivolge alla Saima Avandero, del gruppo danese DSV (come da foto), per il trasporto via mare, quando non può usufruire di navi private come la Jolly Cobalto, ricorre alle navi cargo di Moby e Tirrenia (ormai sotto un unico proprietario, Onorato). I convogli, durante gli spostamenti sulle statali
130 e 131, sono scortati da sorveglianza privata e carabinieri. I trasporti avvengono prevalentemente di notte.

Siamo venuti a conoscenza dell’utilizzo di tre porti: Cagliari, Cagliari Porto canale e Olbia; da segnalare inoltre l’attracco della Jolly Cobalto in rada a Sant’Antioco. Non è chiaro quale sia il criterio nella scelta di uno piuttosto che un altro, probabilmente il non dare certezze a chi prova ad opporsi a questi traffici è una delle ragioni, ma sembra eccessivo considerarla l’unica.

* Per un approfondimento sulle ditte civili impiegate nella logistica militare sul blog nobasi.noblogs.org è presente un pieghevole sulla logistica dell’Esercito Italiano.

Alcun* compagn* della Rete No basi


Contro carcere, isolamento, differenziazione 17 maggio: presidio al tribunale di cagliari

Posted: Maggio 14th, 2017 | Author: | Filed under: Dossier, General, Prigioni e dintorni | No Comments »

Ripercorriamo qui di seguito i fatti accaduti a partire dalle rivolte nel carcere del Buoncammino nella primavera del 2013. Oggi quel carcere è stato chiuso, i detenuti trasferiti altrove, alcuni sono stati perseguitati per non aver taciuto gli abusi e i trattamenti disumani ricevuti, propri di ogni carcere. Vogliamo che questa udienza diventi occasione per cogliere e ribadire l’importanza di quelle lotte e portare solidarietà a chi è processato per il coraggio e la determinazione nel lottare contro il carcere.

Il 17 maggio è il giorno di una nuova udienza, a Cagliari, del processo contro Davide Delogu per le mobilitazioni avvenute fra la primavera e l’estate del 2013 nel carcere cagliaritano del Buoncammino, ora chiuso. Quel periodo è stato caratterizzato da diverse proteste in tante carceri italiane anche per via del sovraffollamento (quasi 70 mila persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di poco più di 40 mila posti) che aveva portato ad una condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), il cui pronunciamento finale era atteso per il 17 giugno 2013 (e poi prorogato al 24 maggio del 2014).
In quel contesto si inserisce la mobilitazione dei prigionieri del Buoncammino, cominciata il 25 maggio, con uno sciopero del carrello durato per quattro giorni, e accompagnata da un comunicato firmato da 301 detenuti. Le richieste riguardavano un’amnistia generalizzata, l’abrogazione dell’art. 41 bis o.p., dell’ergastolo ostativo, della recidiva, dell’art. 4 bis o.p. e, in generale, la fine dei ricatti e della differenziazione che sono propri del trattamento individualizzato e premiale, finalizzato a produrre “collaboratori di giustizia”. Non ultime, vengono denunciate le condizioni di sovraffollamento, la carenza di ore d’aria e di socialità, le condizioni fatiscenti dell’istituto di pena, che insieme provocano malattie derivate dalla detenzione, continui atti di autolesionismo e omicidi di stato, chiamati suicidi. Il comunicato precisa che la data del 25 maggio viene scelta come inizio della protesta perché in concomitanza si svolgeva una manifestazione a Parma “Contro carcere, differenziazione, 41 bis e isolamento, per la solidarietà di classe, a sostegno delle lotte di tutti i detenuti”.
Dopo il blocco totale della posta in uscita, messo in atto dalla direzione del carcere cagliaritano, il 17 giugno inizia uno sciopero dell’aria che si protrae per due giorni e che viene immediatamente attaccato dalle guardie con una perquisizione generale, durante la quale le celle vengono devastate senza alcun ritegno, con una chiara finalità intimidatoria e persecutoria. I prigionieri riescono a far uscire un secondo comunicato, che mette in luce la carenza delle ore d’aria giornaliere e le anguste condizioni dei passeggi, chiamati non a caso “quartini” – nonostante fosse presente un grande passeggio, mai utilizzato –, ed esprime la volontà di unirsi alle proteste e agli scioperi che avvengono in quei giorni in altre carceri. Questo secondo scritto è firmato da 134 prigionieri, che sarebbero potuti essere ben di più, se i detenuti dei due bracci del carcere, isolati tra loro, fossero riusciti a mettersi in contatto. All’esterno di queste carceri in lotta non mancano diverse iniziative solidali e un tentativo di coordinamento di una mobilitazione unitaria per l’amnistia generalizzata, contro la tortura, l’isolamento, le morti e l’ergastolo.
Il 9 luglio il Buoncammino è nuovamente in fermento: nell’ala sinistra del carcere alcuni prigionieri si barricano dentro le celle, bruciano delle suppellettili ed espongono tre striscioni, uno dei quali con scritto “NON SIAMO BESTIE”. Subito con un tam-tam vengono informati parenti, amici e alcuni compagni, che formano un presidio all’esterno. L’aria si surriscalda, è già tramontato il sole. All’interno del braccio si verificano diversi black-out, accompagnati dalle battiture rabbiose, dalle bombole del gas che gettate dalle finestre vengono fatte esplodere verso l’esterno del braccio, e dal bagliore del fuoco appiccato all’interno in diversi punti. Fuori, una calorosa risposta dei presidianti contribuiva ad alimentare il caos facendo scoppiare dei petardi. I barricati pretendono l’arrivo tempestivo dei giornalisti ai quali, dalle finestre, descrivono le condizioni detentive inaccettabili e tutto lo schifo del Buoncammino. Il giorno dopo il direttore passa in ogni cella e minaccia di trasferimento immediato chiunque apra bocca; quando fuori arrivano i compagni per portare nuovamente solidarietà non c’è quasi nessuna risposta: l’intimidazione ha sortito l’effetto cercato e i ribelli barricati vengono trasferiti, come spesso succede, al fine di spezzare la solidarietà tra i prigionieri. Uno di loro verrà pestato e trasferito a Lanusei. Il 9 luglio è anche la data d’inaugurazione del nuovo supercarcere di Bancali (SS), alla presenza dell’allora ministro della Giustizia Cancellieri.
Il 25 luglio Davide viene trasferito al Pagliarelli di Palermo e il 3 agosto gli viene applicato l’isolamento del 14 bis per 6 mesi. Il provvedimento del DAP cita tutta una serie di punti, tanto per mettere più legna possibile sul fuoco, che possano giustificare la sua “elevata pericolosità”: mette in primo piano la sua “intenzione di evadere” e lo indica come “promotore ed organizzatore di forme di protesta” (citando quella del 25 maggio) per i diversi presidi realizzati all’esterno; evidenzia i rapporti disciplinari presi negli ultimi 7 mesi, la sua “contiguità agli ambienti anarchici” e altre varie argomentazioni sostenute dal loro linguaggio tendenzioso. Come da dispositivo, Davide può avere in cella solo il tavolo, la branda, lo sgabello; ha diritto a due ore d’aria da solo, un colloquio al mese (disposto dal direttore) e dovrebbe avere almeno la radiolina, che non gli daranno se non dopo diverse proteste.
Da quella data fino a oggi Davide è quasi sempre stato in isolamento (il 14 bis può durare massimo 6 mesi ma può essere prorogato per soddisfare il sadico piacere del DAP) e non è più uscito dalla Sicilia, passando dalle carceri di Caltanissetta, Agrigento e infine Augusta, da cui ha tentato recentemente di evadere, senza purtroppo riuscirci. I pochi e soli momenti di socialità e comunicazione sono stati quelli per i processi che, nonostante le lunghe e faticose traduzioni, costituiscono occasione d’incontro, di solidarietà e di lotta comune contro il carcere, l’isolamento e la repressione. Non è un caso, infatti, che sull’onda inesauribile dell’emergenza mafia-terrorismo si stia progressivamente generalizzando una legislazione speciale che, tra l’altro, mira a estendere il processo in videoconferenza: se fino ad oggi molte delle richieste di processo a distanza sono state disattese – per i compagni No Tav, come pure per Davide in passate udienze –, il ddl Orlando di riforma della giustizia, attualmente in discussione in Parlamento, punta a rendere normale ciò che era nato come eccezionale, esclusivo per chi sottoposto al 41 bis.
La storia di Davide è una storia comune a tanti altri prigionieri che non sono disposti a barattare la propria integrità e dignità in cambio di qualche beneficio e che per questo vengono puniti anzitutto con l’isolamento totale e prolungato nel tempo, in luoghi lontani da familiari e amici, e privati della possibilità di comunicare. L’isolamento, con le vessazioni accessorie che favorisce, costituisce da sempre una leva efficace in mano agli aguzzini del DAP e ai suoi servi esecutori, per tentare di domare la determinazione a ribellarsi dei prigionieri più coscienti. Così è successo ai prigionieri in lotta a Ivrea, nel novembre dell’anno scorso, trasferiti ad altre carceri e messi in isolamento; così succede a Maurizio Alfieri, di recente trasferito dal carcere di Milano-Opera alla sezione di isolamento di Napoli-Poggioreale a causa della sua irriducibile sete di giustizia; così è successo a centinaia, migliaia di detenuti, che negli ultimi decenni hanno attraversato le carceri speciali, le sezioni di isolamento, l’Alta Sicurezza, il 41 bis, ovvero tutto l’armamentario che la controrivoluzione ha sviluppato e mantenuto, per arginare quel poderoso ciclo di lotte che ha attraversato il nostro paese per almeno un ventennio.
Contro il carcere, l’isolamento, la differenziazione e la violenza assassina dei padroni, del loro stato e dei loro cani da guardia: il 17 maggio davanti al tribunale di Cagliari.

Per sostenere le ragioni delle lotte portate avanti nel carcere di Buoncammino e nelle carceri di tutta Italia.

Per continuare la lotta, il 20 maggio saremo davanti al carcere di Livorno, per non dimenticare Stefano Crescenzi e tutti gli altri morti di stato.

15 maggio 2017, OLGa

Per leggere integralmente i comunicati e le lettere giunte dal Buoncammino nel 2013 si vedano gli opuscoli n.80 e 81 in www.autprol.org/olga


17 Maggio ore 9 presidio al tribunale di Cagliari in solidarietà con Davide

Posted: Maggio 9th, 2017 | Author: | Filed under: General, Prigioni e dintorni | No Comments »

Mercoledì 17 si terrà al tribunale di Cagliari l’ennesima udienza della vicenda processuale-repressiva contro Davide Delogu.

Davide da tanti anni ormai è prigioniero, ma nonostante la lunga detenzione il suo spirito ribelle e la sua voglia di libertà non si sono mai spenti, anzi. Poco più di una settimana fa’, precisamente il primo Maggio, è stato fermato dagli agenti della polizia penitenziaria mentre tentava l’evasione dal carcere di Augusta nel quale è recluso ( https://nobordersard.wordpress.com/2017/05/03/tentativo-di-evasione-di-davide-delogu-dal-carcere-di-augusta/) . Il tentativo di evasione gli è costato lo spostamento in isolamento punitivo, questo potrebbe causare la richiesta al DAP della misura della videoconferenza per l’udienza del 17 (che però a quel punto forse verrebbe rinviata), cioè il prigioniero non viene più trasferito dal carcere al tribunale per assistere all’udienza, ma viene portato in una cella del carcere adibita a centro di comunicazione dove attraverso un monitor, un microfono e una telecamera segue e può interagire con il processo che si svolge a 1 o 1000 km da lui. Questa misura che aumenta notevolmente l’aspetto repressivo del carcere e della detenzione, si rivela anche un’ottima forma di ricatto nei confronti dei prigionieri (specialmente di quelli che scontano la pena lontano dai loro cari) che vedono nelle udienze uno dei pochi momenti di rottura della monotonia del carcere e la possibilità di intravedere volti amici e il mondo esterno alle mura. A oggi i processi in videoconferenza non sono ancora diffusissimi, non tutti i tribunali e tutte le carceri sono già sufficientemente attrezzate per soddisfare tutte le esigenze, ma sembra che l’intenzione sia proprio quella di diffonderli il più possibile, sia per risparmiare denari sui trasferimenti, ma specialmente per dare un ulteriore sterzata repressiva ai prigionieri.

Lottare contro la videoconferenza non è facile, alcuni prigionieri si rifiutano di utilizzarla non seguendo quindi neanche il processo dallo stanzino del carcere, in questo modo i processi vanno avanti senza di loro. In alcuni casi questa pratica ha portato a qualche piccolo risultato, non sappiamo se Davide verrà trasferito a Cagliari per il processo o se useranno la videoconferenza, e in questo caso non sappiamo se l’accetterà o meno.

Il nostro invito quindi è quello di partecipare numerosi al presidio del 17, per portare la massima solidarietà a Davide e alle lotte che nonostante anni di trasferimenti punitivi e regimi speciali continua a portare avanti; e anche per dimostrare a chi lo vuole isolare che Davide non è solo, che i suoi compagni e le sue compagne sono con lui.
MERCOLEDì 17 MAGGIO ORE 9 PRESIDIO AL TRIBUNALE DI PIAZZA REPUBBLICA A CAGLIARI.
DAVIDE LIBERO — NO ALLA VIDEOCONFERENZA — TUTTE LIBERI —

Cassa Antirepressione Sarda


Lettera di un detenuto // L’inferno di Poggioreale

Posted: Maggio 9th, 2017 | Author: | Filed under: General, Prigioni e dintorni | No Comments »

10.4.2017

(Visto della censura)

Ciao,
spero che stiate tutte/i bene, non posso dirti lo stesso di me, perché da come vedi mi hanno trasferito “nell’inferno di Poggioreale” e qui gli abusi sono prassi consolidata.
Tutto questo dopo il secondo 14 bis “innocente”, grazie a quei signori di Opera e al tribunale di sorveglianza (di Milano, ndr.). Avrai saputo che mi hanno respinto il reclamo del 14 bis; ho intenzione di impugnarlo e andare alla corte europea dei diritti dell’uomo.

Mi hanno messo in una sezione isolato da tutti, in una cella dove all’esterno c’è un cancello chiuso a chiave e ci sono altre celle con gente malata psichica.
Da me non possono venire neanche i lavoranti, non mi consentono di mandare una sigaretta a nessuno, quando esco chiudono tutte le altre celle, a chi parla con me chiudono il blindato e lo spioncino.
Il passeggio è un letamaio, è tutto sporco e i muri cadono a pezzi, in alto c’è una gabbia arrugginita e ogni volta mi cade la ruggine in testa. Anche in cella c’è l’intonaco che cade: ieri ho dovuto buttare il mangiare perché era caduto un pezzo di muro.
Poi, non ti dico il vitto… neanche gli animali lo mangiano; meno male da oggi mi arriva il vitto in bianco, almeno mi posso mangiare la pasta. Pensa che la sera, il mangiare che avanza dal carrello rimane a sette-otto metri dalla mia cella: ti lascio immaginare la puzza, l’altra sera è rimasto il pesce e anche gli agenti si lamentavano.
Non mi fanno portare la radiolina al passeggio e ogni volta mi perquisiscono. Sono stato male tre notti e qui non ci sono gli infermieri, per via che la Asl ha tagliato i fondi, per cui la notte si può morire nel più assoluto silenzio e menefreghismo.
(…)
Sto aspettando di sapere se sono assegnato qui, di sicuro non ci voglio stare e farò di tutto per partire e in sezione troverò tanti che la pensano come me.
(…)

P.S.: pensa che nelle altre celle sono tutti in pigiama come i vecchi O.P.G…. pazzesco!

Bacioni, TVB
Maurizio
Per scrivere a Maurizio:

MAURIZIO ALFIERI
VIA NUOVA POGGIOREALE, 177
POGGIOREALE
80147 NAPOLI


3 giorni Rosa e 365 giorni Neri

Posted: Maggio 8th, 2017 | Author: | Filed under: General | No Comments »

 
La Sardegna in questi giorni si tinge di rosa, coprendo tutto ciò che di più scuro e triste abbiamo. Tra i nostri vari primati (visto che si tratta di una gara agonistica) vantiamo una disoccupazione giovanile tra le più alte dello stato italiano, il 60% delle basi italiane e Nato sono in Sardegna, le terre che le ospitano risultano a causa delle esercitazioni e delle sperimentazioni di armi inquinate e con alti livelli di radiazioni, si contano centinaia di morti tra le persone che vi abitano nei pressi, per non contare animali e bimb* nat* con malformazioni. Se ci spostiamo di qualche chilometro, troviamo le terre che tempo fa dovevano essere il simbolo del progresso e dell’occupazione: oggi senza futuro perché troppo inquinate per poter essere coltivate e piene di disoccupati perché i padroni delle fabbriche, dopo essersi presi i soldi, se ne sono andati. Se il “giro d’Italia” passasse per Ottana, Furtei, Porto Torres, Macchiareddu, ecc..ecc. troverebbe ancora le scorie e i veleni lasciati da questo finto progresso.
In queste giornate macchiate di rosa si continua a produrre morte nella fabbrica di bombe RWM di Domusnovas e, tra un tornante e l’altro, si arriva dove quelle bombe vengono testate.
Non basta il colore rosa per coprire lo sfacelo che viviamo ogni giorno, siamo stufi e stufe di colorarci a seconda delle scelte del padrone.
Le esercitazioni non si sono fermate per il Giro d’Italia. Perché dovremmo fermarci noi?
NESSUNA PACE PER CHI VIVE DI GUERRA
NESSUNA ECONOMIA DI GUERRA E SFRUTTAMENTO NELLA NOSTRA TERRA