Intervento per il campeggio di Radioazione

Posted: Luglio 26th, 2015 | Author: | Filed under: Dossier, General, Inforadio, Militarizatzione | No Comments »

Parlare di anti-imperialismo, oggi più che mai, significa parlare delle diverse possibilità di azione contro le mille propaggini del capitalismo delocalizzate sul territorio. Parlare di solidarietà e sostegno concreto, non meramente ideale, alle lotte antimperialiste, allo stesso modo, significa mettere granelli di sabbia negli ingranaggi dell’industria di guerra che testa e sperimenta le armi per le guerre d’oltremare.

Se partiamo da questa prospettiva, in Sardegna si aprono numerose possibilità di contribuire in modo attivo alla lotta contro il Capitalismo e le politiche imperialiste. Gli aerei che partono per la Libia, volano dall’aeroporto militare di Decimomannu, le forze armate sioniste si addestrano nei poligoni di Capo Frasca e Teulada, le bombe lanciate in Yemen vengono prodotte nel Sulcis. Una lunga lista di eserciti e aziende della guerra si addestrano e testano le nuove armi proprio nella nostra isola.

37.374 ettari di territorio sono sotto controllo militare con la presenza di poligoni missilistici, poligoni per esercitazioni a fuoco terrestri, aeree, e navali, aeroporti militari e depositi di carburante. I due poligoni più grandi dello Stato italiano, uno dei quali il più vasto d’Europa con un’estensione a mare oltre l’intera superficie dell’isola stessa, sono qui. Il 60% delle installazioni italiane-Nato si trova qui.

La lotta contro l’occupazione militare in Sardegna, dunque, si inserisce necessariamente all’interno di una più vasta lotta contro le potenze imperialiste, gli eserciti di Stato e il Capitalismo. La centralità dell’isola nelle politiche imperialiste si inserisce all’interno di due direttrici che è importante tenere a mente per capire come poterle scardinare. Da un lato, sin dagli anni ’50, la Sardegna è stata considerata dagli USA e dai suoi alleati “a pivotal geographic location”, ossia un luogo strategico nei piani di guerra degli USA. Si sanciva così un saldo accordo tra la Difesa italiana e quella statunitense dove la Sardegna ricopriva, a sua insaputa, un ruolo centrale nello scacchiere internazionale sia per la sua posizione strategica sia per la possibilità di esercitarsi ed addestrarsi.

Oggi i venti di guerra sono cambiati, ma il Mediterraneo rimane per la NATO uno degli scenari strategici: ed ecco che ancora ad oggi, le alte sfere dell’esercito ribadiscono la necessità degli USA di tenere la Sardegna come luogo strategico militare (vedi dichiarazioni dell’ammiraglio S.J. Locklear, comandante della Nato per il Sud Europa e per l’Africa#). Dall’altro lato, negli ultimi anni le basi hanno rafforzato un altro aspetto importante: si chiama business economico, o meglio sfruttamento legalizzato. I poligoni sono diventati una delle sedi preferite dalle industrie belliche per testare i loro prodotti e mostrarne l’efficacia ai compratori. Sofisticati sistemi d’arma targati Fiat, Alenia, OtoMelara, Finmeccanica, Thompson, Aerospatiale, solo per citarne alcuni. Prezzo d’affitto: 50 mila euro l’ora. Si sa, in tempi di crisi, si deve battere cassa e così le basi sono diventate per lo Stato pregiata merce di scambio.

Tuttavia, proprio l’aspetto del profitto diventa un elemento importante anche che per chi si oppone a questi mercenari. Ogni affare, ogni business funziona finché chi vende garantisce il prodotto e chi compra è soddisfatto di ciò che paga. Se pago 50 mila euro l’ora pretendo di poter far i mie porci comodi per il tempo che ti pago, senza dovermi preoccupare della sicurezza o di eventuali rallentamenti. E’ il discorso che, niente di più niente di meno, è stato sottolineato recentemente dall’esercito tedesco, cliente affezionato per l’addestramento in Sardegna, che ha sollevato il problema della sicurezza intorno ai poligoni e di come garanzia di determinati standard venga messa in discussione dalle attività anti-militariste svoltesi nell’ultimo periodo. E’ questo un aspetto importante perché colpire, anche economicamente, gli interessi dei nostri aguzzini significa metterli davanti a nuove contraddizioni, tra cui quella di veder perdere fondamentali introiti che garantiscono il permanere della base.

Il diffuso sentimento popolare contro la presenza delle basi, i loro orrori ambientali e gli effetti devastanti sulla salute umana e animale ha portato nell’ultimo anno una nuova ripresa della lotta contro le basi. Una lotta che ha origine antiche e che ha visto tante fasi e tante modalità di azione che, per questioni di tempo, non possiamo qui approfondire ma che invitiamo i compagni e le compagne a conoscere leggendo molto di quanto pubblicato nel corso degli anni.

Il momento simbolico, diciamo così, da cui partiamo è quello della manifestazione di Capo Frasca nell’estate 2014 per arrivare a quello più recente della manifestazione a Decimomannu dell’11 Giugno 2015. Due date che, a nostro avviso, tracciano un percorso importante per tanti aspetti, ma uno in modo particolare: segnano, infatti, il passaggio dalla rappresentazione del dissenso a un’azione diretta. La lotta contro le basi, infatti, si è spesso giocata su due binari: uno più orientato alla manifestazione del “dissenso” e al tentativo di coinvolgere ampi strati della popolazione per avere una forza maggiore nel chiedere lo smantellamento delle basi, un’altra più orientata a una pratica attiva che creasse disagio e perdita di profitto al sistema militare. Due modalità che in qualche modo si sono manifestate in contemporanea proprio nella manifestazione di Capo Frasca, durante la quale c’è stato sia il momento del dissenso con la presenza di migliaia di persone e vari interventi dal palco allestito dagli organizzatori, sia il momento dell’azione diretta con la rottura delle reti e l’ingresso di centinaia di manifestanti dentro la base.

Da quel momento sono stati diversi i momenti di lotta che hanno visto l’organizzazione di altre manifestazioni, tra cui quella di Cagliari del 13 dicembre 2014, a diversi momenti di azione diretta tesi a impedire lo svolgimento delle esercitazioni, come l’invasione della base di Teulada (con la sospensione delle esercitazioni a seguito della rottura delle reti e l’ingresso di alcuni e alcune dentro il perimetro) e il tentativo di blocco della “nave gialla” al porto di Sant’ Antioco.

Ultima tappa, solo in ordine cronologico, è stata la manifestazione a Decimomannu indetta per bloccare l’esercitazione Starex, la principale esercitazione aeronautica delle forze NATO prevista per il 2015. Quest’ultima è stata importante soprattutto perché ha visto la partecipazione di centinaia di persone (consideriamo che è stata fatta la mattina di un giorno lavorativo), alcune provenienti anche dalla penisola, unite su un unico obiettivo: bloccare l’esercitazione, ognuno con le sue modalità e le sue pratiche. Nelle numerose assemblee precedenti il corteo, e nel campeggio svoltosi la sera prima, si è infatti posto l’accento sulla necessità di focalizzarsi sull’obiettivo comune e di dare a ognuno la possibilità di contribuirvi secondo le proprie modalità. Ovviamente lo Stato non è rimasto a guardare e così ha messo in moto i suoi manganelli. E anche su questo aspetto c’è un altro elemento che ci preme sottolineare e che mostra l’importanza di ragionare in termini collettivi: davanti agli sbirri che si portavano via un compagno, i manifestanti hanno reagito riuscendo a toglierlo dalle grinfie sbirresche. A questo si unisce la richiesta di sorveglianza speciale fatta per due compagni da anni impegnati nella lotta contro le basi e la notizia pervenutaci di 24 indagati per fatti legati al corteo di Decimomannu.

Tutte queste tappe, ognuna con le sue peculiarità e criticità, rafforzano la nostra idea che la direzione presa sia quella più giusta al momento: l’azione diretta dà la possibilità a ognuno, secondo le proprie modalità, di partecipare in modo attivo alla lotta, di affinare una coscienza individuale e collettiva al tempo stesso, e soprattutto di creare una diseconomia a chi per anni ci ha imposto un’economia di dipendenza e stretto intorno solo filo spinato e catene.

Collettivo S’idealibera



Leave a Reply

  •